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Dei rinvii a giudizio per la morte di Tito Traversa. Un'analisi tecnica dei fatti e delle perizie

Ci sono tre persone, due delle quali conosco e stimo da tempo, che questo dicembre hanno appreso dai giornali di essere state rinviate a giudizio per la morte di Tito Traversa, avvenuta nel Luglio 2013.

Già il fatto di apprendere dai giornali una cosa simile meriterebbe una indignazione tutta sua, ma planiamoci sopra.

Sorvoliamo anche sul modus operandi del mediatico procuratore Guariniello, che ha aspettato gli ultimi giorni prima di andare in pensione, e ben due anni e mezzo dall’incidente, per scegliere dal già discutibile mazzo degli indagati i rinviabili a giudizio. Un tempo a nostro parere biblico, considerata la chiarezza dei fatti già nelle ore immediatamente successive all’incidente del povero Tito. Due ore dopo la notizia eravamo noi di Pareti i primi a mostrare al mondo il video del come era avvenuta la manomissione dei rinvii e a spiegare dettagliatamente come era avvenuta la dinamica dell’incidente. 

I gommini ferma moschettone, ancora così poco diffusi nel 2013, erano stati montati erroneamente sugli ultimi otto rinvii messi da Tito e facevano da subdolo ponte tra la fettuccia e il moschettone. Piazzatone uno in sosta e messo in tiro, anche dai suoi pochi chili, si erano tutti aperti all’istante. 

Otto rinvii malati su un tiro di ventuno metri significa arrivare a terra in caduta libera. No way.

Non siamo geni, non ci voleva un genio a capire. 

Non ci volevano più di novecento lune per riscriverlo paro paro nel burocratese degli atti. 

Già, gli atti... le perizie, delle quali non bisogna fidarsi a prescindere. E che quasi nessuno ha letto. Malgrado questo, in tantissimi hanno intasato i forum e facebook e twitter della loro imperdibile opinione, spesso tirando fuori il peggio di sè. Spesso esultando per la ormai insperata possibilità di additare qualcuno a possibile colpevole della morte di Tito. 

Così, nella rubrica delle lettere, abbiamo dato volentieri spazio all’opinione di Riky Felderer, che tratta magistralmente, secondo noi, il tema del “qualcuno deve pagare”; non serve quindi che ci torniamo sopra in questo “editoriale esteso”, che preferiamo rimanga il più possibile tecnico.

Perché è negli atti, nelle perizie e nel tecnico che, secondo noi, dovrebbe giocarsi un processo di questo genere, non nell’emotività passata presente e futura di un evento pur così terribile.

Quello che è successo a Tito è purtroppo inedito, speciale; non rientra nella casistica comune degli incidenti in arrampicata e tantomeno, dovrebbe essere scontato ma non lo è, degli incidenti comuni oppure degli incidenti di lavoro, in mezzo ai quali, in un paese dov’è così comodo semplificare, rischia di finire se le perizie sono dozzinali.

Gli atti, le perizie. Noi sì le abbiamo lette; in modo approfondito, lento, cercando di isolarne anche le sillabe e provando a mantenerci freddi malgrado la sgradevole crescente sensazione di fastidio.

Perchè ci sono delle cose perfettamente condivisibili sia nella perizia dei due ingegneri di cui si è servita la procura torinese, sia nella perizia della guida alpina interpellata a dare un giudizio dell’evento.

Ma ci sono anche cose che a uno come me, che scala in montagna e in falesia dal 1983, risultano, edulcorando il concetto, diciamo indigeste. 

In quelle righe la lontananza degli scriventi dalla pratica quotidiana dell’arrampicata sportiva, dalle sue consuetudini e dinamiche è palpabile; circostanza prescindibile se sei un uomo comune; circostanza pesante se dalle tue parole dipenderanno le decisioni di un piemme in grado di inguaiare o di risparmiare le persone, le loro economie e le loro famiglie.

Ma partiamo dal condivisibile e confrontiamolo con quello che l’esercito di giustizialisti internauti ha cavalcato per chiedere la testa dei colpevoli di aver causato la morte di un ragazzino di dodici anni. 

I periti, gli ingegneri, hanno stimato che la caduta di Tito sia stata priva di attriti rilevanti, né creati dai gommini che sono saltati uno dopo l’altro né da eventuali sporgenze di roccia, non presenti su una via “liscia” anche se non difficile per il livello di Tito ; in sostanza una caduta libera dalla catena alla base della parete, con una velocità di impatto al suolo stimata in 73 chilometri all’ora contro una superficie dalla capacità di assorbimento estremamente scarsa. 

Gli stessi periti concordano sul fatto che la presenza o l’assenza di un caschetto omologato per l’arrampicata sulla sua testa non avrebbe spostato l’asticella del risultato letale della caduta.

Il casco, o meglio la sua assenza, è stato uno dei cavalli di battaglia più gettonati dall’esercito giustizialista, dimentico che gli elmetti d’arrampicata sono costruiti e omologati per sopportare piccole sassaiole provenienti dall’alto, non per schiantarcisi sopra.

Sempre a proposito del casco, Tito non lo indossava nelle foto che il padre ci inviava, ancora nel 2009, perchè gli dedicassimo un articolo o la copertina del numero 70, così come non lo indossava nel giorno in cui è morto. Se ne desume che nessuno, familiare e non, avesse ritenuto cruciale che lo portasse durante la sua già rilevante e lunga carriera di falesista.

Condivisibile è anche la parte degli atti in cui i periti sottolineano che è importante che il materiale di scalata sia strettamente personale e in quanto tale sotto la responsabilità delle singole persone. 

Chi meglio di un proprietario di corda conosce la storia della sua corda ed è in grado di valutarne lo stato d’usura, i tagli effettuati, i voli tenuti, i sassi caduti sopra dall’alto? Lo stesso dicasi dei rinvii, a maggior ragione rinvii che vengano manomessi all’insaputa di tutti gli altri che scalano con te, magari innestando dei gommini CT sopra dei rinvii Kong. Per illustrare meglio la situazione specifica riportiamo stralcio del Verbale di SIT del Peloton de Gendarmerie de Haute Montagne che si è occupato di raccogliere la testimonianza della minorenne che scalava con Tito “...la quale afferma che l’attrezzatura utilizzata da Traversa durante l’arrampicata, ovvero corda, rinvii e assicuratore (collegato all’imbrago di lei), erano di sua proprietà. Alla domanda di chi avesse preparato l’attrezzatura, lei afferma di essere stata lei stessa a preparare i rinvii. La madre della stessa aveva acquistato i gommini presso un negozio specializzato in Torino (B-Shop) e li aveva consegnati alla ragazzina, la quale aveva installato autonomamente i gommini su otto dei suoi rinvii. In  tale occasione, la sola persona a cui aveva mostrato il montaggio era la madre, la quale, sebbene le fosse stato spiegato dal negoziante come montare i gommini, però, non è minimamente esperta in materia...”

 

E ora veniamo alle parti meno condivisibili, quelle in cui gli scriventi, cioè i periti nominati dalla procura, dimostrano tutta la loro lontananza dalla pratica giornaliera dell’arrampicata sportiva in falesia.

In questo caso gli ingegneri, dedicano un capitolo della loro perizia alle cause dell’incidente e ne individuano due. Le righe dedicate ad ognuna e la loro posizione nella perizia lasciano già da sole molto perplessi. Causa in posizione numero uno: Tito ha sbagliato, avesse fatto diversamente sarebbe ancora vivo, venti righe.

Causa numero due: la sua compagna ha montato erroneamente i gommini, dodici righe.

Ma leggiamole insieme e vediamo quanti di voi coglieranno le inesattezze presenti nel testo prima che ve le scriviamo noi come nella pagina dei risultati della settimana enigmistica.

“...si ritiene che le cause del decesso di Tito Traversa siano da attribuirsi alla concomitanza di due fatti. Il primo è relativo all’errore compiuto da Tito Traversa una volta ultimata la salita nella procedura di moschettonaggio in sosta. Come illustrato al paragrafo 2.2 della presente, giunto in sosta, l’arrampicatore è chiamato ad eseguire una delle seguenti operazioni per ritornare a terra: la manovra di corda (vedasi il paragrafo 2.2.1 per i dettagli) oppure passaggio della corda in un moschettone a ghiera precedentemente installato. La scelta presuppone, solitamente, la volontà di recuperare tutto il materiale in parete. La seconda scelta implica che qualcuno ripeta la via di salita e recuperi successivamente il materiale (rinvii). Tito Traversa non ha eseguito nessuna delle due precedenti manovre, le sole inquadrabili ai sensi della buona pratica. Dall’analisi degli elaborati fotografici, in particolare la Figura 19, e dal verbale di SIT della giovane, si evince che l’intenzione di Traversa era quella di rientrare a terra senza eseguire la manovra di corda e di lasciare a qualcun’altro l’onere di eseguire la manovra. Se ciò non fosse vero, Traversa si sarebbe necessariamente dovuto auto-assicurare per eseguire la manovra di corda. Questo sarebbe in contrasto con la richiesta di bloccare la corda non appena arrivato in sosta. Traversa si è comportato in maniera non canonica installando un rinvio e facendoci passare la corda al posto di posizionare un moschettone a ghiera e farvi passare la corda. L’installazione del moschettone con ghiera sull’anello di calata avrebbe impedito la caduta in quanto

i rinvii montati erroneamente non sarebbero stati in alcun modo sollecitati. Questo non preclude il fatto che, successivamente, l’incidente sarebbe potuto occorrere a qualcun’altro in quanto i rinvii erano comunque manomessi”.

Le ultime tre righe sono ovviamente condivisibili ma il resto è eufimisticamente sotto al livello che ci si aspetterebbe data la gravità.

Tito e la sua compagna di cordata scalavano esclusivamente da primi. Sempre. Erano atleti agonisti, 8b+ Tito, 7b+ la ragazza; la moulinette per una coppia così non esiste. Chiedete a chiunque li conoscesse e fatevi dire se scalavano da secondi di cordata...

Allora cosa faccio io quando arrivo a una sosta chiusa (senza moschettone ma con anello) e so che la mia compagna scalerà anche lei il tiro da prima? Io da 33 anni a questa parte metto un’altro rinvio nell’anello e mi faccio calare. Punto. In quel momento sono protetto da quel rinvio e da tutti gli altri dentro i quali ho passato la corda salendo. Direi che posso sopravvivere, ce la posso fare. 

Se normalmente voliamo sui rinvii lungo il tiro (che mica sono a ghiera), perché dovrei mettere una ghiera alla fine, che non deve reggere neanche il volo ma solo il mio peso, risibile in rapporto alla portata di qualsiasi moschettone?

E poi, cari periti, ci sono mille motivi per cui un climber, una volta arrivato in sosta, può decidere metterci un rinvio e chiedere al suo assicuratore di esserci bloccato sopra prima di fare ogni altra manovra: stanchezza, indecisione sul da farsi dopo, bisogno di riordinare il materiale, persino necessità di grattarsi o di levarsi le scarpe che fanno male. Nessuna anomalia, insomma, nel comportamento di Tito. 

Il novantanove per cento dei nostri lettori ve lo potrebbe spiegare anche meglio e i più capaci con le mani farvi anche il disegnino.

E se anche la cordata di Tito avesse mai deciso, per una volta, di comportarsi diversamente e di installare una moulinette sull’anello fisso.. una ghiera in sosta non è certo la soluzione migliore per farlo: costringerebbe il climber a schiacciarsi contro l’anello fisso di sosta (scomodissimo) e, soprattutto, una volta terminata la procedura di slegatura e rilegatura, non consentirebbe la fondamentale procedura di verifica che si deve fare quando ci si fa mettere in tiro dal compagno prima di staccare (in questo caso la ghiera) dalla sosta: troppo corta la distanza tra la vita del climber e la sosta per farlo. Allora: per ovviare a questo problema Tito avrebbe dovuto avere in vita una daisy chain, che nessuno usa in arrampicata sportiva? 

Vogliamo aprire il capitolo dei problemi delle daisy? 

Non a caso di daisy non si fa cenno in perizia... 

Non è una questione di poco momento per due motivi. Il primo è anche morale: se io fossi il genitore di un ragazzino morto e trovassi scritto su un documento ufficiale che mio figlio non c’è più per aver commesso una cazzata in parete e invece non è vero... diciamo che non la prenderei affatto bene. 

L’ho scritto nel 2013 e lo riscrivo ora: quel giorno al posto di Tito sarei morto io; non mi sarei accorto dei rinvii manomessi (ci torneremo sopra) e a quella sosta avrei fatto le stesse manovre, e nella stessa sequenza, che ha fatto Tito.

Il secondo motivo è che quelle righe scritte così lanciano una luce sinistra sulle conoscenze di Tito delle manovre di corda.

L’altro perito, la guida, a questo proposito usa una veemenza che forse non è proprio consona ai toni che dovrebbero caratterizzare una perizia, e si scaglia duramente contro il processo di formazione seguito dai ragazzi. Dice tra le altre cose: “... vorrei soffermare l’attenzione sulla “sosta”, su cui Tito si è trovato costretto ad inserire un’altro rinvio, l’ottavo, prima di appendersi e farsi calare. Anche questo aspetto dovrebbe far parte del percorso formativo effettuato dai ragazzi: non mi riferisco solamente alle azioni da effettuare in presenza di soste “chiuse”, ovverosia prive di moschettone, ma anche sul fatto che il ragazzo stava scalando su un itinerario naturale molto diverso rispetto agli itinerari artificiali presenti nel centro 8-Side. Aveva ricevuto una corretta e specifica formazione/addestramento tale per cui poteva essere in grado di gestire tale situazione in completa autonomia? Quali soggetti avevano seguito il percorso formativo per l’attività su strutture naturali?”

Vogliamo perpetuare anche in una perizia la trentennale sgomitata tra guide e resto del mondo sul tema (a volte anche sacrosanto) dell’abusivismo professionale? Non mi sembra il caso e tantomeno mi sembra il caso di farlo appoggiandosi sul caso della morte di un minorenne che, nella fattispecie di quel tiro, non ha sbagliato una virgola del suo comportamento in parete.

Sappiano a questo proposito i lettori che la società BSide da tempo non organizzava più uscite outdoor. E che i suoi responsabili, venuti casualmente a sapere dell’iniziativa di un gruppo di genitori e di alcuni istruttori di portare i ragazzi a Orpierre, avevano fatto firmare una chiarissima dichiarazione dove si legge nero su bianco che il BSide non aveva niente a che fare con quell’iniziativa. 

Nè economicamente nè sotto altro aspetto.

Il presidente del BSide è stato rinviato a giudizio lo stesso, perchè le firme, in questa repubblica delle banane di cui portiamo il passaporto, valgono solo quando dobbiamo dei soldi alle banche o quando potenze superiori hanno la possibilità di trasformarci il posteriore nella galleria del Frejus.

Quanto i toni e i contenuti di questa perizia, che non possiamo pubblicare integralmente per ragioni di spazio, possano aver influenzato la procura torinese a rinviare a giudizio quel presidente malgrado l’evidente estraneità ai fatti e l’esistenza di quelle firme... lo lascio giudicare a voi, ma vi lancio un superspeciale warning.

Dalle parole di quel perito sarebbe facile evincere che ogni istruttore (Guida, Cai, Uisp, Fasi ecc.. non importa) dovrebbe per ogni persona a cui si insegnano i rudimenti della scalata verbalizzare la formazione eseguita, specificando cosa è stato insegnato. 

D’ora in avanti, cari istruttori, fatelo, metteteci dentro tutto, anche il falso, anche l’impensabile, tipo spiegare come si può fare la cacca in parete su via lunga. Oppure che il soggetto è stato addestrato a tirare tutti i rinvii, moschettone per moschettone, da una parte all’altra della fettuccia prima di partire per ogni tiro di corda. Sempre.

Perchè qualcuno potrebbe sostituirti lo zaino mentre ti allontani un attimo dai tuoi bagagli, come all’aeroporto. 

E fateglielo firmare. Perchè, se il soggetto muore poi per i fatti suoi in giro per il mondo... a qualche perito potrebbe venire in mente che è colpa della tua incompleta formazione.

 

Dopodichè occorre qualche parola a proposito dei batman. 

C’è pieno di batman nel mondo. facebook è murata di batman, i forum sono intasati di fenomeni che schiverebbero le pallottole meglio di Reeves in Matrix. Gente che si accorge di tutto nella vita. 

Gente che prevede l’imprevedibile, che controlla l’impensabile.

E nel cui letto, francamente glielo auguro, mentre sono così attenti a qualsiasi circostanza della loro perfetta esistenza, magari si sta ballando un bolero, come nella canzone di Ligabue.

Mentre la moglie “brucia di febbre di vita” loro si sarebbero certamente accorti, al posto di Tito, al posto dell’istruttore presente con loro a Orpierre e al posto di tutti gli altri ciechi e storditi come il sottoscritto... che quei rinvii erano stati chiaramente manomessi e che erano delle bombe innescate e pronte a esplodere.

Cari batman, non ho niente da dirvi, siete invincibili, perfetti; eppure, chissà perché, non ho per niente voglia di essere come voi.

Lo ripeto ancora una volta: io sarei morto quel giorno al posto di Tito. Se per caso mi fossi accorto di quella mortale anomalia nei rinvii sarebbe stato per pura fortuna.

 

Concludo con due amare considerazioni.

La prima è che esiste un DF (573/13) del Consiglio Federale Fasi del 5 Ottobre 2013, firmato all’unanimità dal presidente Ariano Amici e dai consiglieri Paola Virginia Gigliotti, Angelo Seneci, Carlo Beltrame, Cristiano Fossali, Silvia Parente, Andrea Bronsino, Davide Mandrà, Leonardo Di Marino, che impegna la Fasi a costituirsi parte civile in un eventuale processo penale.

Il che significa che la Fasi, invece che difendere i propri tesserati imputati, chiederà loro un risarcimento danni. 

Per fortuna, cari signori, non vi ho votati, ma mi sia consentito di usare le parole di altri: NON IN MIO NOME, GRAZIE.

Uso parole prestate anche per il finale di questo anomalo editoriale; scrive (stavolta condivisibilmente) il perito/guida: “..la ragazza ha ricevuto le informazioni per il montaggio della madre, la quale aveva ricevuto a sua volta indicazioni dal rivenditore presso il negozio BShop di Torino. E’ da ritenersi poco prudente il comportamento della madre, visto che la confezione dei gommini era priva di foglietto informativo, e che quindi era impossibile per lei verificare le informazioni trasmesse alla figlia. Inoltre, visto che non può essere considerata persona competente o perlomeno praticante l’attività dell’arrampicata sportiva, avrebbe dovuto accertarsi, o far verificare,

che un componente fondamentale del sistema di sicurezza fosse montato correttamente (moschettone inserito nell’anello della fettuccia).”

La madre non è tra i rinviati a giudizio per la morte di Tito Traversa.

Andrea Gennari Daneri



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