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The Writer >> Editorials >> Pareti N° 59

Le motivazioni di una dimissione sofferta da consigliere FASI

Una risposta mi ha colpito più delle altre, tra quelle date da Michael Moore a Beppe Severgnini in una trasmissione alla tele: alla domanda “perchè nei tuoi documentari non dai spazio anche alla opinione della controparte?” Lui, candidamente, ha replicato nel modo più ovvio: “Perchè la controparte occupa già tutti gli altri spazi della nostra vita”. 
Affermazione ovvia, lapalissiana. Eppure ficcante, anzi necessaria, specie in questa fase storica non solo americana, ma anche italiana. Un paese, il nostro, in cui qualsiasi cosa è ormai divisa a spicchi colorati; nel senso che non puoi parlare dell’uno senza nominare anche l’altro; non puoi occuparti di una questione senza prima considerare accuratamente chi e come ci è collegato e quanto è potente. 
Quali piedi, anche solo di striscio, stai rischiando di pestare.
A volte mi viene da pensare, forse perchè anch’io mi sono assuefatto a questo status, che questo manuale cencelli applicato ad ogni aspetto della vita pubblica sia un male necessario; una conseguenza diretta della pace, della mancanza di conflitti armati reali cui la nostra gente sia costretta a partecipare.
La guerra, per quello che ho potuto imparare dai libri, dai giornali e dai film, estrae dalle persone il loro peggio e il loro meglio: il coraggio, la coerenza, la solidarietà, la vigliaccheria, l’invidia; resta poco spazio, in guerra, per le vie di mezzo, perchè in gioco c’è la mera sopravvivenza. 
Se è veramente così... pazienza... teniamoci il cencelli, sopportiamo Bruno Vespa, tolleriamo la violenza psicologica quotidiana dell’informazione pilotata, addolcita e soprattutto fatta di opinioni e non di fatti, come fa notare Marco Travaglio nel suo utile volume “La scomparsa dei fatti”. Se l’alternativa devono essere guerra e violenza, allora benvengano la finta battaglia tra destra e sinistra, i decreti emendati mille volte per accontentare tutti e insomma tutto il resto della nostra quotidianità italiana. Piuttosto che le pallotole, benvenga la paralisi istituzionale ed economica che è la conseguenza ultima di questo sistema cretino. 
e una prospettiva inesistente... ti accorgi che ci sono altre strade; che esistono alternative ai nostri spicchi colorati; nessuno di questi paesi, nessuno dei loro sistemi è perfetto, nè mai lo sarà, ma ci sono posti migliori per vivere, più civili, più logici; e dove la democrazia, seppure sempre imperfetta, almeno non è un nome di facciata attribuito a una oligarchia allargata che da noi prende il nome di Casta, come titolano i giornalisti benemeriti Rizzo e Stella, quotidianamente minacciati di querele da destra e da sinistra. 
E come sbraita, con meno spessore ma altrettanto diritto, uno come Beppe Grillo.
Cosa c’entra tutto questo con il nostro mondo? 
Potenzialmente nulla, anzi; la nostra dovrebbe essere una oasi libera, un terreno di rocce e a volte di neve dove la “lotta” per arrivare in catena oppure in vetta dovrebbe tirare fuori il meglio o il peggio dalle persone senza bisogno di combattere o di farsi male. Lo sport a questo dovrebbe servire: ad insegnare alle persone a dare onestamente il meglio di sè, a misurarsi, a scoprire i propri limiti e le qualità degli altri che condividono la medesima passione.
L’arrampicata e l’alpinismo sono sport particolarmente duri, così come è duro farne gli imprenditori, a tutti i livelli, dai produttori ai negozianti agli editori ai gestori di sale; io dico sempre che se avessimo profuso, come atleti o come manager, lo stesso impegno in qualsiasi altro campo meno pionieristico ci saremmo divertiti di meno, ma avremmo guadagnato dieci volte tanto. Ma non è una questione di soldi.Il problema è che malgrado siamo ancora lontani dal miraggio dello sport di massa e le aziende di settore siano ancora, tutto sommato, piccole o al massimo medie imprese, il nostro mondo sta importando dalla peggiore Italia le peggiori abitudini. Ne avevo avuto un assaggio nella Commissione Internazionale UIAA delle gare di ghiaccio, dalla quale mi ero tolto molto presto, dopo aver assistito a una penosa lotta tra poveri per agguantare poche migliaia di euro. Ora ho appena rassegnato le mie dimissioni da Consigliere federale della FASI e colgo l’occasione per ringraziare chi aveva avuto fiducia in me e i pochissimi, tra gli ex colleghi, che mi hanno chiesto di restare.
L’ho fatto perchè la politica sportiva dell’arrampicata italiana sta appunto importando, senza che ce ne sia alcun bisogno e soprattutto senza che ci siano delle giustificazioni economiche / di potere, i peggiori difetti della politica italiana. Ci si muove in base a strategie di lotto, non in base alla voglia di far crescere il movimento. Si prendono o non si prendono decisioni in base a quanti appoggi potrebbero guadagnarsi o lasciare per strada. Piuttosto che perdere il consenso di questo o di quello, che magari ha molti voti in assemblea, si sta fermi, si rimanda. Meglio essere immobili che essere impopolari. 
Questo genere di gioco non mi interessa, me ne chiamo fuori, avevo già esternato il mio disappunto nell’editoriale del numero precedente e il mio mantenere la carica di consigliere strideva con quelle posizioni. Lascio il posto in FASI a qualcuno più giovane e magari più malleabile ed incline al compromesso, io per quel genere di cose sono poco tagliato. Mio padre, che di battaglie ne ha fatte tante in campi assai più cruciali della verticale, pensa che io sbagli; dice che c’è sempre una luce, una possibilità, che le cose vanno cambiate, con pazienza e costanza, dall’interno. Probabilmente ha ragione, anzi mi piacerebbe che avesse ragione. Ma la rivista che avete in mano e il Pareti Sport Center (che per Alp n°245, vi sarete fatti due risate, non esiste :-)) non sono nati nè aspettando nè abbassandosi a compromessi di dubbia rispettabilità.
Andrea Gennari Daneri

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