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CURARE I PUNTI DEBOLI IN ARRAMPICATA 

Capire capire capire! Alla base del miglioramento in arrampicata c’è un verbo che non ha direttamente a che fare con l’arrampicata e con l’allenamento. Non necessariamente, almeno. “Capire” è un verbo che usiamo tutti i giorni e che applichiamo, eventualmente, a un sacco di altre cose.

Eppure è proprio attraverso di esso che possiamo avere la chance di diventare veramente forti, o almeno diventare climbers che possono dire di aver spinto veramente al massimo sull’acceleratore delle proprie possibilità. Pur “capendo” quel che c’è da comprendere su noi stessi, la stragrande maggioranza di noi non avrà alcuna possibilità di avvicinarsi nemmeno lontanamente al livello di un Ondra, ma certamente potrà dire di aver tirato fuori dai propri muscoli e dal cervello quanto serve da non avere rimpianti.

Prima affermazione forte: QUALUNQUE PERSONA normodotata e con un peso logicamente compatibile con la propria altezza, capendo i propri punti deboli e lavorandoci sopra PUÒ ARRIVARE A FARE SERENAMENTE DEL 7a LAVORATO. E’ un affermazione forte perchè fa a pugni con la statistica, con i dati che chiunque si guardi intorno con un po’ d’occhio critico può cogliere nelle palestre d’arrampicata e nelle falesie: la stragrande maggioranza degli arrampicatori, a prescindere che siano maschi o femmine è molto lontana dall’arrivare a percorrere pulito un 7a.

Eppure noi lo sosteniamo lo stesso, e con grande e ferma convinzione.

Quindi stiamo contestualmente “accusando” la maggior parte dei climbers di non lavorare abbastanza su sè stessi e sui propri punti deboli; li stiamo “accusando” di non “capire” ciò che è ancora insufficiente nel loro modo di approcciare la verticale.

Con questo non vogliamo dire che tutti “devono” fare del 7a per essere veri climbers, sia ben chiaro, anzi: l’importante è divertirsi, passare belle giornate all’aria aperta praticando uno degli sport più sani ed ecocompatibili del mondo: l’arrampicata. Può essere benissimo che alla stragrande maggioranza non importi assolutamente nulla di aumentare il  livello e siano tutti felici e contenti così come sono: l’essenza dell’arrampicata NO BIG è proprio questa e bisogna averne il massimo rispetto e la massima considerazione.

Ma se l’obbiettivo, la voglia, l’aspirazione, sono quelli di migliorare un po’, di andare a vedere cosa c’è in fondo al bicchiere delle proprie qualità psicofisiche, sappiate che il traguardo, il limite personale, quel punto oltre il quale non si andrà mai... è molto ma molto più in alto di quanto si creda.

Almeno il 7a lavorato, almeno UN 7a lavorato, magari nello stile più adatto alle caratteristiche del climber (placca - strapiombo - tacche - buchi ecc..) è un traguardo possibile per tutti, nessuno escluso, di qualunque età e di qualunque sesso.

La chiave per arrivarci, dicevamo all’inizio, è “capire”: mettersi lì con calma, pazienza e tanta umiltà a cercare di comprendere come funzionano il proprio fisico e la propria testa; e i due combinati insieme.

Seconda affermazione forte, ancora più forte e rischiosa della prima, perchè proviene da una generalizzazione arrischiata sui grandi numeri, sull’esperienza di chi ha visto cominciare a scalare  migliaia di persone in più di vent’anni: IL  PUNTO PIÙ DEBOLE DELLE RAGAZZE che iniziano non è nella forza delle braccia, come spesso si crede, ma NEGLI ADDOMINALI non intesi come “addominali definiti” oppure “da piegamenti”, ma come capacità della parte bassa del muscolo addominale di lavorare in concerto con il muscolo psoas e con i muscoli tensori della fascia lata per eseguire i movimenti strettamente correlati all’attività verticale; cioè una ragazza può avere gli addominali tartarugati e trovarli assolutamente inservibili per il gesto verticale. Per quanto riguarda i maschietti che cominciano la debolezza più comune che si individua è invece... rullo di tamburi... la povertà di schemi motori corretti relativi all’arrampicata, il che rende sempre più difficile rispetto alle ragazze l’apprendimento delle cinque posizioni fondamentali, dei cambiopiede e dei cambiomani.

 

Ma a parte queste considerazioni generali (zzanti), quello che più ci importa in questa sede è far capire come un climber che già scala può andare alla caccia dei propri punti deboli, parliamo di un climber che già si allena e che soprattutto vuole cercare di spingere i propri limiti un po’ al di là del puro “plaisir” arrampicatorio.

I punti deboli, innanzitutto, possono essere più d’uno e tante volte sono mischiati insieme così bene da finire per confondere anche il climber che in tutta onestà ci sta mettendo tutta la buona volontà per capirci dentro qualcosa.

I punti deboli che provengono dalla sfera mentale sono quelli più subdoli, anche perchè tendono a nascondere e a non far riconoscere i punti deboli fisici. Primo di tutti i punti deboli mentali è la paura di volare, che oltre a causare fenomeni evidenti come piccoli attacchi di panico oppure incertezza nel procedere oppure tremolio delle gambe, causa un fenomeno assai meno visibile all’esterno e difficilmente percettibile dall stesso atleta che ha paura: stringere ogni singolo appiglio assai più del necessario.

Altro punto debole mentale ancora meno evidente del precedente sia per l’osservatore che per l’atleta: la paura di vincere o di perdere, la paura di riuscire e di non riuscire e tutte quelle disfunzioni della sfera relazionale che possono avere una notevole e negativa influenza sulle prestazioni in arrampicata.

E’ molto difficile, nel momento in cui si vuole andare a migliorare i propri limiti fisici, fare piazza pulita dei problemi psicologici di cui sopra o quanto meno di isolarli e rimandarli a successiva cura.

Accontentarsi di un’arrampicata NOBIG- Plaisir, a volte, può essere in parte frutto del rifiuto di mettere in discussione questi aspetti mentali dell’arrampicata e dello sport in generale.

Un’altro genere di limite diverso che può condizionare fortemente la presa di coscienza è quello legato agli schemi motori, alla reattività in arrampicata, alla capacità di memorizzare e quindi categorizzare sequenze di movimenti e quindi regolarità fondamentali della tecnica; altri ancora non ci vedono una mazza e si ostinano a scalare senza correttori oculistici, altri ancora ci vedono benissimo a un metro ma non hanno un’idea precisa di dove stanno mettendo i piedi; altri ancora vedono bene tutto, ma fanno fatica a distinguere i cambi di ondulazione e di colore delle rocce e quindi a vista sono disastrosi. Altri ancora vivono la  sofferenza in arrampicata al pari di tante altre sofferenze fisiche, senza giustificare il dispendio di energie con la voglia di ottenere un risultato sportivo. Altri ancora non respirano mentre scalano, oppure buttano fuori e tirano dentro fiato nei momenti meno adatti. Insomma... ce n’è...

 

Ammesso che si riesca, con un lavoro a volte duro e prolungato nel tempo, ad isolare e a curare i punti deboli mentali e neuromuscolari, il climber che desidera migliorare si troverà comunque a dover affrontare il problema dei punti deboli fisici, che chiunque ha, Ondra compreso, ovviamente in opportuna scala.

C’è chi ha le dita deboli, c’è chi non riesce a mettere su un chilo di muscoli nella parte superiore del corpo, chi è sciolto e flessibile come un’architrave, chi non ha forza negli addominali. Sugli esercizi e sui metodi per lavorarci sopra... ci sono libri interi, da studiare o da spulciare se si desidera soltanto carpire qualche spunto. Uno di questi è il nostro TRAIN, la cui promo è visibile a sinistra.

A questi libri rimandiamo, insomma, per un’analisi che in questi spazi sarebbe impossibile e troppo riduttiva.

In questa sede forniamo solo e brevemente alcuni spunti per individuare alcuni possibili punti deboli.

Il climbing è uno sport bracciocentrico, se volete, quindi la prima cosa che i climber curiosi vogliono sapere, di solito, è come rinforzare le braccia e le dita, ma raramente si chiedono a quali dare la priorità, che è invece una domanda cruciale per risparmiare tempo.

In questo senso c’è una prova molto semplice da eseguire, che raramente dà dei risultati sbagliati... chiamiamola per comodo la... SOSPTRAZIONE e vediamo in cosa consiste.

Il concetto è semplice: riesci a rimanere sospeso, a braccia distese, su una coppia di prese/tacche/buchi al trave per 7” almeno?

Ok: allora su quella coppia di prese devi essere capace di effettuare almeno una trazione (non dopo i 7” di sospensione, però, non equivocate!). Detto in altri termini: per essere bilanciati nella forza di dita e di braccia occorre poter trazionare almeno una volta sulle prese sulle quali si potrebbe stare sospesi da 7’’ in su.

Se rimanete sospesi anche di più, ma non c’è verso di trazionare, allora il complesso braccia - spalle - gran dorsale va allenato più del resto, è un punto debole.

Se invece riuscite a trazionare, ma a patto che la presa sia almeno 3 centimetri svasata (mai ad angolo vivo, l’angolo vivo fa lavorare più flessori e falsa i risultati), perchè altrimenti faticate a tenerla anche solo in sospensione, ad essere troppo deboli sono le dita, cioè il complesso flessori-estensori dell’avambraccio.

Per testare gli addominali potete invece misurarvi con delle planches. Scegliete una coppia di discrete zanche poste sul bordo di un tetto, mirate  a due potenziali appoggi per i piedi, uno vicino (a due spanne dalla pancia) e uno lontano (oltre un metro) e rimanendo sospesi con le braccia in bloccaggio a 100° tentate di raggiungerli alternativamente con i due piedi, per quattro volte a piede. Se faticate a completare la serie sull’appoggio più vicino (o addirittura non riuscite quasi a cominciarla) siete messi male; se invece completate la serie  sull’appoggio lontano i vostri climingaddominali non sono un punto debole e potete dedicarvi ad altro.

Scioltezza: da caldi aprite una spaccata frontale. Se a chiuderla al suolo mancano 40 centimetri la scioltezza dei vostri bicipiti femorali è un problema; lo stesso dicasi dell’apertura di anche se, da seduti e con le spalle drite contro ad un muro liscio, non riuscite in posizione yogi a fare arrivare le ginocchie vicinissime al terreno.

Respirazione: testatevi alla prova colore. Operate sul pannello una sequenza per voi difficile di 16 movimenti. Se li completate rossi come un peperone significa che respirate poco e male e la respirazione è un punto debole che va curato con gli appositi esercizi.

Lettura e memorizzazione: avete 6 minuti per memorizzare una sequenza di 30 appigli senza toccarli, guardandoli e basta. Se cinque minuti dopo la fine di questo tempo, ovviamente senza riguardare la parete, non riuscite in corretta sequenza più della metà... bisogna lavorarci sopra duramente, perchè il miglioramento tecnico dipende a filo doppio dalla capacità di memorizzare e categorizzare i movimenti e le situazioni.

Piedi ed equilibrio: montate su una placca abbastanza appoggiata una serie di appoggi piccoli (un centimetro al max) e salite senza appigli per le mani. Se non riuscite occorre lavorare su esercizi di isolamento dell’equilibrio e/o delle caviglie, senza escludere che ad essere deboli possano essere i muscoli dell’alluce / piede.


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