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The Writer >> Editorials >> Pareti N° 61

 I gradi e le care vecchie regole del gioco  

E’ una storia piuttosto vecchia, ma sintomatica dell’aria che può tirare, quando si perde di vista la dimensione delle cose. Un giorno un campione, uno vero, telefonò in redazione per comunicare che aveva realizzato la tal via, del tal rispettabile grado, in due giorni di tentativi. Non presi io la chiamata, ma la nota che mi lasciarono, evidentemente, non doveva essere molto chiara, o forse io presi un abbaglio. Fatto sta che sulla rivista, un mese dopo, comparve la notizia che il campione aveva fatto la via in due giri. Alla verità mancavano insomma una O e una N. Il risultato fu che ancora oggi i due protagonisti (il primo salitore della via e il campione) ancora non si parlano. E’ solo una storiella, ma è sintomatica di una certa tendenza a drammatizzare, anzichè a stemperare, che contraddistingue molto spesso il mondo alpinistico e pure quello delle falesie.

Dovremmo essere tutti qui a divertirci e a dimenticare l’insensatezza di tanto mondo là fuori; e troviamo invece la maniera di importare da quel mondo gli aspetti meno piacevoli.

E’ un dato di fatto, è l’acqua calda. Non sono parole rivelatrici ne’ si può pensare che le cose cambino in meglio.

In questa sede ci interessa però analizzare se ci sono degli aspetti del nostro mondo verticale che possono stimolare o catalizzare la litigiosità, aiutare questa poca voglia di capirsi tra arrampicatori.

E non necessariamente arrampicatori di alto livello. Perchè non è certo soltanto dell’alto livello che stiamo parlando se è vero, altra storiella, che un giovane genovese mi tirò una storia micidiale per un boulder non segnato al Superbloc; se gli fosse stato conteggiato avrebbe potuto balzare dalla 250 posizione alla 190^. E diceva sul serio!

Perchè, probabilmente, troppo sul serio prendeva se’ stesso e quello che faceva.

A parte la citazione del caso particolare, rimane la certezza che certa puntigliosità non riguarda soltanto i big.

Ma cosa può stimolare negativamente il climber già predisposto alla litigiosità, all’invidia?

Oppure quello poco pacioso che a buon diritto reclama e segnala una ingiustizia in atto?

Vent’anni fa, quando l’arrampicata sportiva nasceva, il grande sforzo di codificazione delle regole, sia in falesia che in gara, aveva prodotto, per un lasso di tempo purtroppo limitato, un grande rispetto per le regole di questo sport. Tutti sapevano cos’era una Rotpunkt, una Rotkreis, una ripetizione flash e una ripetizione a vista; partire dal basso moschettonando tutti gli spit era una regola sacra; assicurare un compagno su una via uccideva la tua eventuale ripetizione a vista, per cui lo tenevi rimanendo voltato dall’altra parte. Nessuno si sognava di tempestare i sottobalconi degli appigli di segni indicatori. E via così. Si litigava lo stesso, per carità,  ma “fare” una via significava salirla rotpunkt, non arrivarci in cima a qualunque costo. Insomma: l’impressione è che questa deregulation, questa confusione generalizzata a riguardo delle regole e dell’etica possa contribuire molto a creare dei malintesi, ad alimentare dei dissapori, ad offrire ai “furbi” delle scappatoie poco smascherabili. In più, almeno nel nostro paese, verifichiamo giorno dopo giorno l’acutizzarsi del fenomeno del caos-gradi. Sarà colpa del caro benzina o delle autostrade intasate, ma appare chiaro che sempre meno persone girano l’Italia per scalare nuove falesie, mentre si ingrossano i gruppi di locals che battono il ferro nello stesso benedetto posto. Finchè non imparano tutti i singoli trucchetti di ogni benedetta via, così da trasformare l’arrampicata in una ginnastica verticale, nella ripetizione da criceti degli stessi movimenti; movimenti che, al milionesimo tentativo, diventano “facili”, facilissimi; e sono ancora più facili, sembra un luogo comune ma è così, quando a riuscire le rotpunkt sono le ragazze. 

Così i gradi scendono, precipitano. In giro ci sono rebus verticali che una volta erano 8a e adesso sono 7b+, ed è ovvio che gli animi possano surriscaldarsi, quando una persona ci mette tutta la sua passione per realizzare qualcosa che poi il branco minimizza per paura di... per paura di che cosa? Che arrivi qualcuno più forte a dire “vi siete sbagliati”?  Se lo dirà, pace. Chissenefrega; se non gli piace il posto che vada a scalare altrove. Ma vedrete che invece tornerà, perchè vincere piace a tutti, mentre prendere degli ingiusti bastoni su vie sottogradate non piace a nessuno. E’ un dato statistico: le nazioni più vincenti nelle competizioni verticali sono state, finora, la Francia e la Spagna. Cioè i luoghi dove nel complesso le vie sono gradate in modo che noi in Italia ormai definiamo “largo”. Nazioni che sono e sono state una fucina di campioni, sia falesisti che garisti. Sarà un caso? O sarà che la chiarezza delle regole e la omogeneità, la ragionevolezza dei gradi sono da considerarsi un valore con la V maiuscola nel nostro mondo? Regole chiare e gradi “umani” creano passione, alimentano la motivazione.

Le paranoie tra clan di locals non portano da nessuna parte, portano solo a litigare e a disaffezionarsi alla svelta.

Questa rivista è letta principalmente da giovani dai quindici ai trentacinque anni, per i quali le regole ed i gradi, piaccia o non piaccia, sono importanti, sono fondamentali per tenere duro sul pannello e sulle vie. Il nirvana, il piacere puro di arrampicare è riservato ai no big per scelta (ai quali cerchiamo sempre di dedicare spazio) o a quelli come me, che in un certo senso hanno già dato e che ai gradi ormai non pensano più.

Per tanti anni sono rimasto convinto del seguente assunto: il giorno che non riuscirò a migliorare il mio livello, il giorno che non riuscirò più a scalare certe vie... smetterò. Mi dedicherò ad altro, abbandonerò la verticale.

Poi quel giorno è arrivato, e ne sono arrivati altri anche peggiori. Perchè le mani hanno cominciato ad aprirsi su appigli anche molto grandi. Così ho provato effettivamente a smettere e a dedicarmi ad altro.

Finchè ho capito che c’era un insopprimibile richiamo verso le rocce, le montagne, verso lo stare, in ogni caso, attaccato ad una parete. Ho capito che sono veramente appassionato, definitivamente innamorato, di questo sport. Ora torno con immutato piacere, appena posso, ad arrampicare. E sorrido all’idea  di non riuscire nemmeno a ripetere rotpunkt tante vie che avevo fatto a vista vent’anni fa. Pace. Non vorrei essere in nessun altro posto, e questo mi dà molta serenità e stimolo per continuare e magari per visitare tanti posti che ancora non ho visto.

Ma non posso pretendere che tutti la vivano come la vivo io adesso e quindi mi appello alla ragionevolezza di tutti sia nel gradare che nel rispettare le care vecchie regole del gioco...


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